Nelle acque torbide al largo delle coste della Malesia i delfini si orientano non con gli occhi, ma con i suoni — ed è proprio questi suoni che ora gli scienziati registrano per capire come l'uomo sta cambiando il loro mondo.
Saliza Bono, bioacustica dell'organizzazione MareCet, studia le voci dei delfini indo-pacifici dal gobbo e degli iravadi (Sousa chinensis e Orcaella brevirostris). Il suo lavoro è iniziato con una semplice curiosità: da bambina vide per la prima volta un delfino in Australia e rimase stupita dal fatto che fosse un mammifero che respira con i polmoni sott'acqua. In seguito, venuta a conoscenza dei dialetti delle orche, decise di dedicare la vita alla bioacustica.
Nelle acque costiere della Malesia vivono 27 specie di mammiferi marini. Molte di esse, come il delfino del Gange, sono quasi cieche e dipendono completamente dall'ecolocalizzazione e dai fischi. Il rumore delle barche e dei pescherecci disturba la loro comunicazione: quando un'imbarcazione si avvicina a meno di 500 metri, la frequenza dei fischi cala bruscamente e non si ripristina subito.
Le minacce principali sono la cattura accidentale nelle reti e l'inquinamento acustico. Per combattere la cattura accidentale, MareCet sperimenta i pinger acustici: emettono un segnale ad alta frequenza, udibile solo dai mammiferi marini, e avvertono i delfini della presenza di reti invisibili. Così i pescatori non perdono il pescato e i delfini non perdono la vita.
Il finanziamento resta un problema spinoso: gli idrofoni marini costano diverse volte di più di quelli terrestri. Inoltre, la consapevolezza dei malesi riguardo ai delfini locali è ancora scarsa — «se non conosci, non ami», come si dice nell'organizzazione. A poco a poco gli sviluppatori edili cominciano a rivolgersi agli scienziati prima di iniziare i lavori, per valutare l'ambiente acustico.
I delfini sono indicatori della salute dell'oceano: la loro presenza indica che l'ecosistema riesce ancora a sopportare il carico.


