Siamo abituati ai titoli allarmanti sul fatto che la microplastica sia stata trovata ovunque, in ogni sistema del corpo umano: nel sangue, nei polmoni, nel cervello e persino nella placenta. La portata del problema sembra totale. Ma un recente studio dell'Università del Michigan ha aggiunto una sfumatura importante e ironica a questo quadro: una parte significativa di queste scoperte allarmanti potrebbe essere il risultato della contaminazione dei campioni... da parte degli stessi scienziati.
Un gruppo di chimici, guidato da Madeline Clough e Anne McNeil, ha scoperto che i guanti standard in nitrile e lattice, che i ricercatori indossano proprio per "proteggere" i campioni dalla contaminazione, sono essi stessi una fonte di particelle microscopiche.
Nella produzione dei guanti vengono utilizzati stearati, sali dell'acido stearico, che fungono da agente distaccante, consentendo di rimuovere facilmente il prodotto finito dagli stampi. Quando uno scienziato con i guanti tocca una provetta, un filtro o un vetrino, una traccia invisibile di questi sali rimane sulla superficie.
Utilizzando la spettroscopia infrarossa e Raman standard, le particelle di stearato sono praticamente indistinguibili dalla microplastica reale, come il polietilene. L'esperimento ha dimostrato che un semplice contatto a secco del guanto con il campione può generare in media fino a 2000 "particelle di microplastica" falsamente positive per millimetro quadrato.
Ciò significa che la microplastica non esiste? Naturalmente, gli autori dello studio sono stati i primi a difendere i colleghi che per anni hanno amplificato il problema. "Questo non significa che la contaminazione da microplastica non esista", sottolinea la professoressa Anne McNeil. "Potremmo sovrastimare i suoi volumi a causa di questo errore, ma comunque non dovrebbe esserci. Ce n'è ancora molta, ed è questo il problema".
La scoperta riguarda principalmente un errore sistematico nelle stime quantitative, in particolare nei campioni di aria atmosferica, acqua e suolo, dove la concentrazione di particelle è già bassa. Se parliamo di tessuti umani, i protocolli di prelievo e analisi dei biomateriali ora richiedono una revisione per escludere la "traccia dei guanti". Ma questo, secondo gli scienziati, non annulla i dati precedenti, li costringe solo a una verifica con nuovi algoritmi che gli scienziati hanno già sviluppato per distinguere gli stearati dai polimeri reali.
Questa storia ricorda un altro caso. Nell'ultimo decennio del secolo scorso, nell'Osservatorio di Parkes (Australia), gli astronomi registrarono per anni strani segnali radio brevi, chiamati "periton", che per caratteristiche corrispondevano a impulsi extraterrestri o a tracce di fusione di stelle di neutroni. La soluzione si rivelò estremamente terrena: il segnale proveniva da un forno a microonde nella sala relax del personale, che veniva aperto prima che il ciclo di riscaldamento fosse completato, causando un breve picco di radiazione alla frequenza. Lo strumento di ricerca era funzionante. Semplicemente, gli scienziati non avevano tenuto conto del fattore domestico in un sistema ad alta precisione, e la causa si trovava dove non se l'aspettavano.
Il fatto fondamentale rimane saldo: l'umanità è davvero riuscita a lasciare le sue tracce sintetiche ovunque. Solo che ora sappiamo che a volte queste tracce non sono lasciate solo dall'industria globale, ma anche dal ricercatore stesso delle conseguenze con la mano guantata in lattice.




