All'incontro con i leader del Medio Oriente a margine dell'Assemblea generale dell'ONU del 22 settembre 2026, Donald Trump ha dichiarato che i negoziati americano-iraniani «stanno acquisendo un grande slancio». Poche ore prima, lo stesso Trump, nel suo discorso davanti ai leader mondiali, aveva posto a Teheran un ultimatum: o un accordo che permettesse all'Iran di «riprendersi e diventare un grande paese», oppure «l'annientamento della Repubblica Islamica».
La dichiarazione è arrivata dopo un incontro di tre ore tra i consiglieri di Trump, Jared Kushner e Steve Witkoff, e i rappresentanti iraniani. Trump ha definito i colloqui «molto produttivi» e ha promesso un nuovo incontro «nel prossimo futuro». Allo stesso tempo ha confermato l'obiettivo — impedire che l'Iran ottenga armi nucleari — e ha ricordato la disponibilità a colpire l'impianto sotterraneo della «Montagna dell'Ascia» vicino a Natanz.
Per Trump un simile zigzag non è un'eccezione, ma un modello consolidato. Nel 2018 è uscito dall'accordo nucleare, ha imposto la massima pressione e allo stesso tempo ha lasciato aperta la porta ai negoziati. Nel 2020 ha ordinato l'eliminazione di Soleimani, per poi cercare contatti. Nel 2026, sullo sfondo di un conflitto ormai lungo sette mesi, del blocco dello Stretto di Hormuz e degli attacchi degli Houthi, ripete lo stesso espediente: la minaccia pubblica di «annientamento» e, contemporaneamente, il segnale di un «momento di slancio».
Gli alleati della regione percepiscono entrambi i segnali nello stesso momento. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, presenti all'incontro, da tempo chiedono a Washington sia stabilità sia il contenimento dell'Iran. Trump fa loro capire: la pressione resta uno strumento, ma un accordo è possibile — se Teheran «farà la scelta giusta rapidamente». Questo permette di mantenere la coalizione senza perdere la faccia davanti alla propria base, che apprezza la fermezza.
L'immagine pubblica del «negoziatore che sa anche colpire» contrasta con la realtà: ogni passo verso il dialogo è seguito da un'escalation della retorica. È così che Trump conserva l'iniziativa — nessuna delle parti può essere certa di ciò che sceglierà domani.
Come nel poker, dove un giocatore mostra allo stesso tempo una mano forte e propone di pagare per ritirarsi, Trump usa l'incertezza come leva. Questa volta la posta in gioco non è solo il programma nucleare, ma anche il controllo dello Stretto di Hormuz e dei proxy regionali.
In definitiva, l'annuncio di un «progresso» non è un segnale di disgelo nei rapporti, ma un modo per tenere tutti i partecipanti con il fiato sospeso, mentre Trump stesso decide quale mossa porterà il guadagno maggiore.
