Le neurotecnologie, i dati dell'osservatorio di neutrini, la filosofia buddhista e le antiche concezioni della natura diventano il materiale dell'arte di Mariko Mori. La sua ampia retrospettiva a Tokyo riunisce circa 40 opere realizzate nell'arco di tre decenni e rivela una ricerca artistica in cui le tecnologie aiutano l'uomo a sentirsi parte di un mondo molto più grande.
«Non credo che tutto si limiti a ciò che vediamo», dice Mariko Mori.
Questo pensiero attraversa più di tre decenni della sua opera. L'artista giapponese si rivolge a ciò che di solito resta al di fuori della percezione immediata: alle connessioni tra coscienza, corpo, natura e processi cosmici. Nelle sue opere le tecnologie digitali, la ricerca scientifica e le tradizioni spirituali diventano modi diversi di avvicinarsi all'invisibile.
31 ottobre 2026 presso il Mori Art Museum di Tokyo è stata inaugurata la mostra Mariko Mori: All That Shines («Mariko Mori: Tutto ciò che risplende»). È la prima grande retrospettiva dell'artista in Giappone dopo la mostra Pure Land al Museo d'Arte Contemporanea di Tokyo nel 2002. L'esposizione riunisce circa 40 opere create nell'arco di più di 30 anni ed è organizzata dal Mori Art Museum insieme alla Solomon R. Guggenheim Foundation.
Un'arte che va oltre il museo
La portata della ricerca artistica di Mori si rivela non solo nelle sale museali. Nel 2010 ha fondato la Faou Foundation per creare opere d'arte pubbliche permanenti in luoghi naturali unici in tutto il mondo. Il progetto è concepito come una serie di sei installazioni site-specific, una per ciascuno dei sei continenti abitati. Parte importante del progetto è l'interazione con le comunità locali e l'attenzione al patrimonio naturale e culturale di ogni luogo.
Le prime due opere sono apparse sull'isola di Miyako in Giappone e a Rio de Janeiro in Brasile. Primal Rhythm: Sun Pillar (2011) è una colonna luminosa su una roccia costiera, legata al movimento del sole e al solstizio d'inverno. Ring: One with Nature (2016) è una scultura presso la cascata Véu da Noiva, il cui colore passa dal blu all'oro sotto l'effetto della luce solare. La terza opera del progetto, Peace Crystal (2016–2024), è stata presentata a Venezia nel 2024; in futuro si prevede di trasferirla in Etiopia per un'installazione permanente.
Dal cybersé all'unità
A metà degli anni 1990 Mori attirò l'attenzione del mondo dell'arte con la serie Cyborg (1994–1995) e con l'opera Birth of a Star (1995). Univa elementi della cultura anime giapponese, dei videogiochi, del cosplay e della moda a immagini digitali in cui appariva lei stessa nei panni di un'eroina del futuro. Queste opere esploravano la mutevolezza dell'identità e i confini tra uomo e tecnologia.
Gradualmente l'interesse dell'artista si spostò dalle immagini della cultura urbana contemporanea a questioni più ampie — sulla coscienza, la vita e la morte, la natura dell'esistenza. Nella sua pratica comparvero la cosmologia buddhista, le antiche concezioni del mondo e la ricerca scientifica.
Una delle opere chiave di questo periodo fu l'installazione interattiva Wave UFO (1999–2002). Il visitatore si sdraia all'interno di una grande struttura a forma di capsula e indossa un'apposita cuffia che rileva l'attività cerebrale. Sullo schermo a cupola compaiono immagini che reagiscono alle onde cerebrali, e poi viene proiettato il video Connected World. Così i processi interni dell'organismo diventano parte dell'esperienza visiva e lo spettatore diventa partecipe dell'opera. Nell'esposizione di Tokyo è prevista la possibilità di vivere questa esperienza, ma il numero di posti è limitato.
Quando i processi invisibili diventano immagine
Nell'opera Tom Na H-iu (2006) Mori si rivolge a fenomeni che è impossibile vedere a occhio nudo. La scultura è collegata ai dati dell'osservatorio di neutrini Super-Kamiokande presso l'Istituto di ricerca sui raggi cosmici dell'Università di Tokyo. Reagisce ai neutrini che si generano, tra l'altro, in seguito ai processi sul Sole, nell'atmosfera terrestre e nelle lontane esplosioni stellari. Questi dati vengono convertiti in lampi di luce, rendendo gli eventi cosmici invisibili parte dell'esperienza artistica.
Il titolo Tom Na H-iu rimanda a un'antica parola celtica che designa l'aldilà. In quest'opera i dati scientifici e le antiche concezioni dell'esistenza dopo la morte si incontrano non come spiegazioni mutuamente esclusive, ma come modi diversi di pensare ciò che sta al di là della percezione umana.
Quando l'invisibile diventa luce interiore
Dietro l'interesse di Mori per il cosmo, le culture antiche e le nuove tecnologie c'è una domanda personale. Dopo la morte del padre, quando l'artista aveva poco più di vent'anni, si chiese se l'esistenza umana finisca davvero con la morte. In cerca di una risposta si rivolse al buddhismo e all'astrofisica, visitò antichi luoghi sacri e collaborò con scienziati e ingegneri, sviluppando tecnologie che potessero far sentire all'uomo il legame con l'Universo.
Nel suo intervento per la mostra Mori formula un pensiero diventato una delle chiavi per comprendere la sua opera:
«Nella mia pratica sono giunta gradualmente alla convinzione che, se qualcosa come l'anima esiste, forse è essa stessa luce — parte di un'esistenza più ampia».
Quattro capitoli di una stessa ricerca
L'esposizione è costruita cronologicamente ed è divisa in quattro parti: Birth of a Star («Nascita di una stella»), Connected World («Mondo connesso»), Primal Memory («Memoria primordiale») e One with Nature («Unità con la natura»). Insieme mostrano come è cambiato il linguaggio artistico di Mori e come si è gradualmente ampliato il cerchio delle sue domande — dall'immagine dell'uomo nella società tecnologica all'interconnessione di tutte le forme di vita.
La sezione finale è dedicata ai progetti della Faou Foundation e comprende una nuova videoinstallazione, All That Shines (2026). Sul grande schermo LED sono presentate vedute di luoghi legati alle opere dell'artista: Primal Rhythm: Sun Pillar, Ring: One with Nature e l'oceano presso il suo studio Yuputira sull'isola di Miyako. Non si tratta di una diretta, ma di un video che collega lo spazio del museo con i paesaggi naturali al di fuori di esso.
Il titolo della mostra — All That Shines («Tutto ciò che risplende») — può essere letta in modo più ampio di una semplice allusione agli effetti luminosi nelle opere. Per Mori la luce diventa l'immagine di ciò che collega diverse forme di esistenza e permette di percepire la presenza dell'invisibile. La sua arte non cerca di spiegare il funzionamento dell'Universo. Propone di uscire per un istante dai confini dello sguardo consueto e di sentirsi parte di un mondo in cui l'uomo, la natura e il cosmo non esistono isolati gli uni dagli altri.



