Il tronco encefalico come possibile fonte del senso di base della coscienza: un'ipotesi che sfida il paradigma corticale

Modificato da: Elena HealthEnergy

What if the basic feeling of being conscious doesn't start in the wrinkly outer brain at all? Marshall Devor and Mark Baron of Hebrew University argue it starts in the brainstem, and their clue is pain. Heavy damage to the cortex can wreck vision or hearing, yet pain usually

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Chiudete gli occhi e tappatevi le orecchie: il mondo esterno svanisce, ma la sensazione di «essere qui» non se ne va da nessuna parte. È proprio questo senso di base della propria presenza che i neuroscienziati Marshall Devor dell'Università Ebraica di Gerusalemme e Mark Baron dell'ospedale Beth Israel Deaconess e della Harvard Medical School propongono di cercare non nella corteccia degli emisferi cerebrali, ma in una delle sezioni più antiche del cervello: il tronco encefalico.

Da quando domina la visione corticocentrica, la corteccia è considerata la «residenza» della coscienza: è qui che vengono elaborati i segnali sensoriali, nascono i pensieri e si forma la percezione. Tuttavia, in un articolo teorico pubblicato sulla rivista The Neuroscientist nel 2026, Devor e Baron indicano fatti che questa immagine spiega male. Il dolore, a differenza della vista o dell'udito, non ha una zona corticale dedicata, e la stimolazione elettrica della corteccia raramente provoca sensazioni dolorose. Invece, piccoli ictus in determinate aree del tronco encefalico non di rado fanno sprofondare la persona in coma. C'è anche l'esempio opposto: adulti con idrocefalia, la cui corteccia era fortemente assottigliata, conservavano un linguaggio pienamente funzionante.

Le prove chiave gli autori le traggono da esperimenti sui ratti. Dosi microscopiche di anestetico, iniettate in una minuscola zona della parte superiore del tronco encefalico — il tegmento mesopontino — spegnevano rapidamente e in modo reversibile le reazioni al dolore e altri segni di veglia. Un esperimento del genere era già stato condotto nel 2001 sotto la guida del primo autore dell'articolo. Un argomento importante viene anche dai bambini con idranencefalia — una rara condizione in cui gli emisferi cerebrali vengono distrutti in utero e sostituiti da liquido. In questi bambini spesso non resta quasi più corteccia, ma sorridono, ridono, piangono e reagiscono alle persone care. Gli autori ritengono che queste osservazioni indichino che il tronco encefalico fornisce il «senso di presenza» di base, mentre la corteccia si limita a riempirlo di contenuto. L'idea di una coscienza senza corteccia è stata sviluppata anche da Björn Merker, che già prima parlava di coscienza in questi bambini.

L'ipotesi sfida direttamente le teorie corticocentriche, come lo spazio di lavoro globale e la teoria dell'informazione integrata, che collegano la coscienza all'ampia diffusione dei segnali attraverso la corteccia. Lo stesso Devor, con i coautori, in un articolo del 2022 per la rivista Behavioral and Brain Sciences criticava l'informazione integrata per il suo basarsi sulle interazioni talamocorticali. Se la coscienza di base nasce in una struttura antica, comune a tutti i vertebrati, il substrato minimo dell'esperienza soggettiva può esistere anche senza complessi calcoli corticali. Ciò non annulla il ruolo della corteccia nelle forme complesse di coscienza, ma mette in dubbio la sua necessità per il fatto stesso che vi sia esperienza. La differenza qui è importante: rilevare uno stimolo nocivo e provare dolore sono cose diverse. Il sistema nervoso può avviare un ritiro automatico della mano, ma il dolore vi aggiunge l'esperienza: «mi fa male».

Immaginate un'automobile. Il motore e l'impianto elettrico di base danno alla vettura la capacità stessa di muoversi, mentre il cruscotto e il navigatore mostrano il percorso e rendono il viaggio significativo. Senza il motore il cruscotto è un inutile insieme di lucine, ma anche senza il cruscotto l'auto si muove comunque. Secondo la versione degli autori, il tronco encefalico è responsabile dell'«accensione» della coscienza, mentre la corteccia del suo contenuto.

È importante capire: questa è un'ipotesi, non un meccanismo dimostrato. Devor e Baron stessi ammettono che nessuna delle centinaia di teorie della coscienza esistenti, compresa la loro, spiega come i neuroni generino l'esperienza soggettiva. Il fondamento dell'ipotesi sono dati indiretti: casi clinici, esperimenti sugli animali e osservazioni anatomiche. Perciò servono verifiche dirette, innanzitutto lo studio del mesencefalo stesso e delle sue connessioni. Gli autori ipotizzano inoltre che i neuroni del tronco encefalico possano influenzarsi a vicenda non tramite contatti puntuali, ma rilasciando sostanze chimiche che si diffondono nei tessuti circostanti — all'incirca come la dopamina agisce in alcune sezioni del cervello.

Se le condizioni minime della coscienza risiedono davvero nel tronco encefalico, il confine tra comportamento «cosciente» e «riflesso» nei vertebrati diventerà ancora più sfumato. Ciò riguarda anche la medicina: i medici dovranno valutare con maggiore precisione lo stato dei pazienti con lesioni cerebrali, poiché i segni esteriori di veglia o la loro assenza possono trarre in inganno.

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Fonti

  • We May Have Been Looking For The Origin of Consciousness in The Wrong Part of The Brain : ScienceAlert

  • Does Consciousness Reside Deep in the Brain? - BFHU

  • Where does consciousness begin? A new theory points deep inside the brain

  • Could consciousness begin deep in the brain? Researchers make the case

  • Hydranencephaly: A Window into the Mind Without a Cerebral Cortex

  • The Boy Who Proved Most Theories of Consciousness Wrong

  • Self-Awareness with a Simple Brain

  • Consciousness in the Raw

  • Conscious Children: A Brief Look at Hydranencephaly

  • Searching in the wrong place: Might consciousness reside in the brainstem? - PhilPapers

  • Publications - Marshall Devor

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