Nell'estate dell'anno 2026 i risultati dei ricercatori dell'Istituto Indiano di Tecnologia di Mandi (IIT Mandi) si sono diffusi tra le pubblicazioni scientifiche e divulgative. Un gruppo guidato dal direttore dell'istituto Lakshmidhar Behara e dal professore Chayan Kanti Nandi ha osservato, mediante microscopia di cellule viventi, le radici di pomodori e melanzane mentre le piante erano sottoposte all'azione di anestetici.
I risultati sono descritti in due lavori. Nel primo, pubblicato sulla rivista Advanced Biology nell'anno 2025, è stata registrata una sequenza «gerarchica» di spegnimento degli organuli: mitocondri, lisosomi, sistemi di trasporto intracellulare, cloroplasti e nucleo. Quando l'anestetico viene rimosso, il ripristino procede in ordine inverso, ed è proprio il nucleo a coordinare il ritorno della cellula alla norma.
Nel secondo lavoro, pubblicato su Chemical & Biomedical Imaging il 19 marzo dell'anno 2026, si parla del nucleo stesso: sotto anestesia l'eucromatina, cioè la parte attiva del DNA, si sposta sincronicamente verso la periferia dei nuclei in cellule diverse, mentre l'eterocromatina inattiva resta al suo posto. Gli autori propongono di considerare tale riorganizzazione un possibile biomarcatore dello stato anestetizzato, comune ai sistemi neuronali e non neuronali.
Un'importante precisazione: gli autori stessi non affermano di aver trovato indizi di esperienza soggettiva. Nell'abstract del secondo articolo si dice che le alterazioni degli organuli si intensificano quando viene soppressa la sintesi di ATP, e dunque riflettono la vulnerabilità energetica della cellula, non meccanismi propri solo dei neuroni. La riorganizzazione della cromatina, secondo i loro dati, non dipende dall'ATP. Negli esperimenti sono stati usati l'anestetico locale lidocaina e gli anestetici generali etomidato e propofol. L'interpretazione della coerenza «non locale» dei nuclei, che Behara ritiene consonante con la concezione indiana del sapere (IKS), va intesa come interpretazione del responsabile del progetto, non come conclusione che discenda direttamente dai dati.
Le teorie classiche della coscienza, dalla teoria dello spazio di lavoro globale alla teoria dell'informazione integrata, sono state a lungo costruite attorno alle strutture neuronali. La teoria dell'informazione integrata (IIT) di Giulio Tononi appare in questo senso decisamente diversa: in essa la coscienza è identificata con l'informazione integrata, descritta dalla grandezza Φ, e la teoria non la lega ai neuroni in quanto tali.
Ma c'è anche un limite sostanziale: la IIT richiede precisamente un'integrazione fisica, non solo funzionale. Il substrato, dunque, non deve necessariamente essere neuronale, ma la struttura dei nessi causali deve comunque essere presente. Perciò la dinamica sincrona delle cellule vegetali non confuta la IIT, bensì impone di chiarire quali schemi di integrazione siano sufficienti per la coscienza fenomenica. La teoria stessa è già stata messa alla prova su conseguenze inattese: il ricercatore Scott Aaronson ha mostrato che, secondo la sua logica, persino una semplice griglia bidimensionale di porte logiche potrebbe possedere un Φ elevato, e Tononi ha ammesso che la conclusione è tratta correttamente.
L'obiezione resta forte. I segnali elettrici delle piante risolvono soprattutto compiti fisiologici applicativi: chiudono gli stomi, ridistribuiscono le sostanze, reagiscono ai danni. Non trasmettono informazioni attraverso l'intero sistema, come presuppone la teoria dello spazio di lavoro globale. Gli scettici, tra cui Lincoln Taiz con i coautori in Trends in Plant Science (2019) e John Mallatt con i colleghi in Protoplasma (2021), sottolineano che le piante non hanno neuroni né strutture paragonabili al cervello degli animali, e che le affermazioni sulla coscienza delle piante si basano per ora su prove deboli.
Nell'anno 2020 è uscito su Protoplasma l'articolo «Anesthetics and plants: no pain, no brain, and therefore no consciousness», che esamina la stessa logica della nuova ricerca: dalla reazione delle piante agli anestetici alle conclusioni sulla coscienza. Infine, lo studio riporta alla controversa «ipotesi del cervello radicale», secondo cui l'apice radicale funziona come un centro decentralizzato di elaborazione delle informazioni.
Immaginate la rete idrica di un palazzo a più piani: se si chiude un rubinetto al piano inferiore, la pressione cala anche in alto, benché il sistema non abbia un «cervello» centrale. L'acqua, naturalmente, non prova alcuna sensazione. Le piante funzionano in modo simile: il segnale si diffonde senza un centro di comando, ma di per sé un tale meccanismo non rende ancora cosciente l'organismo.
Se simili meccanismi indicano davvero forme primitive di integrazione, la questione della coscienza smette di essere affare esclusivo dei neurobiologi. Essa riguarda quali schemi temporali e causali nei sistemi viventi generino l'esperienza e se esistano senza neuroni. Una risposta non c'è ancora, ed è proprio per questo che ulteriori esperimenti contano più delle conclusioni clamorose.


