Le savane e le praterie tropicali sono state a lungo considerate comodi territori «vuoti»: più facile ararle o pascolarvi che capire come sono fatte. La raccolta tematica di articoli in Annals of Botany mette in dubbio questa concezione. Si intitola «Advances in Cerrado and tropical grassland plant biology – diversity, functioning, resilience and conservation» ed è dedicata alla diversità, al funzionamento, alla resilienza e alla conservazione di questi ecosistemi. Insieme, gli articoli mostrano che dietro l'apparente semplicità dei paesaggi aperti si nasconde un complesso sistema di sopravvivenza che la scienza comincia solo ora a decifrare davvero.
Il Cerrado, o savana brasiliana, è il secondo dominio biogeografico del Sud America per estensione, composto quasi interamente da ecosistemi aperti. Per diversità vegetale è la savana tropicale più ricca del mondo, ma anche una delle più vulnerabili: negli ultimi quarant'anni circa il 40 % del suo territorio è bruciato almeno una volta, e quasi metà della vegetazione originaria è già andata perduta. Le piante qui hanno sviluppato strategie di vita in condizioni di fuoco, suoli poveri e siccità stagionale. Un esempio caratteristico è il rapporto tra biomassa sotterranea e aerea: nelle praterie e nelle savane le radici sono relativamente più abbondanti dei germogli, e questo è un adattamento alla scarsità d'acqua e di nutrienti. Per questo il Cerrado è talvolta chiamato «foresta capovolta».
Nuovi esperimenti aiutano a capire quando le piante cominciano a sopravvivere agli incendi. Per le specie erbacee del Cerrado la sopravvivenza dopo il fuoco supera già al terzo mese di vita il 50 %, nelle fasi successive sale oltre il 70 %, e nelle piante di oltre un anno si avvicina al 100 %. Inoltre, un incendio prima dell'inizio della stagione secca rallenta notevolmente la ripresa. In altre parole, la resilienza si forma gradualmente, e il momento dell'abbruciamento ha la sua importanza.
Un ruolo chiave lo svolgono gli organi sotterranei. In una rassegna sugli adattamenti al fuoco delle piante del Cerrado si mostra che i meristemi, cioè i tessuti di crescita, in molte specie sono protetti proprio sottoterra, mentre fuori dal suolo li ricopre una spessa corteccia. Dopo l'incendio lo strato erbaceo fiorisce rapidamente e produce semi che entrano nella banca dei semi del suolo e poi ritornano nella comunità. Immaginate una vecchia quercia in un parco: la chioma può essere danneggiata da una tempesta, ma le radici e le gemme dormienti restano vive e producono nuovi germogli. Anche la vegetazione superficiale del Cerrado può scomparire, per esempio con l'aratura, ma le riserve sotterranee permettono alla comunità di rigenerarsi.
Il valore pratico di queste conoscenze sta nel fatto che indicano dove cercare i punti d'appoggio per il ripristino. Là dove i metodi tradizionali di conservazione funzionano poco, i meccanismi sotterranei di rinnovamento possono diventare la base per misure di riabilitazione: per esempio, la scelta dei tempi dell'abbruciamento e la selezione delle specie da piantare. Tuttavia è importante ricordare che le informazioni sui tratti sotterranei delle piante sono ancora insufficienti: secondo i dati della banca, la maggior parte delle registrazioni riguarda le foglie e l'aspetto generale della pianta, mentre i tratti radicali e riproduttivi sono rappresentati in misura minore.
È proprio a questo problema che intende rispondere la banca dati Cerrado Plant Traits (CPT). Si tratta di un progetto aperto che raccoglie e standardizza i dati sui tratti funzionali delle piante del Cerrado brasiliano. Attualmente contiene 113 859 registrazioni sui tratti di 2134 specie verificate tassonomicamente appartenenti a 150 famiglie, raccolte da 148 insiemi di dati. Le registrazioni coprono territori conservati, degradati e ripristinati. Grazie a ciò gli scienziati possono verificare come i tratti delle piante cambiano lungo i gradienti di fuoco, suolo e clima, e confrontare le comunità al confine tra foresta e savana. Uno strumento del genere non predice il futuro di per sé, ma offre una base per verificare ipotesi su quali comunità si riveleranno più resilienti e per i piani di conservazione e ripristino.
Per proteggere meglio questi ecosistemi, vale la pena sostenere la ricerca sugli organi sotterranei delle piante e arricchire le banche dati sui tratti, soprattutto per quanto riguarda radici e semi, e condividere questi dati con chi si occupa di ripristino.

