La base lunare come nuova frontiera geopolitica: la NASA lancia tre missioni senza equipaggio nel 2026 per superare Pechino

Modificato da: lee author

Il 26 maggio 2026, l'amministratore della NASA Jared Isaacman ha annunciato in una conferenza stampa a Washington il lancio di tre missioni robotiche sotto il marchio collettivo "Moon Base" — Moon Base 1, 2 e 3. Questi lanci, previsti entro la fine del 2026, puntano a gettare le fondamenta di un insediamento permanente presso il polo sud lunare.

La prima missione (Blue Origin, Blue Moon Mark 1 Endurance) è fissata per l'autunno, mentre la seconda (Astrobotic Griffin) e la terza (Intuitive Machines IM-3) sono programmate per la fine dell'anno. Non si tratta di semplici test tecnici: la NASA ha ridenominato e ristrutturato parte dei contratti Commercial Lunar Payload Services (CLPS) per segnalare una svolta strategica, spostando l'attenzione dalla stazione orbitale "Lunar Gateway" alle infrastrutture di superficie.

Il volume complessivo dei carichi raggiungerà circa quattro tonnellate entro il 2029, includendo sistemi di comunicazione, energetici e di navigazione, oltre ai primi rover (Astrolab FLIP e Lunar Outpost Pegasus) e strumenti scientifici, tra cui quelli dell'ESA e della Corea del Sud.

Il contesto risale al 2017, quando il programma Artemis rinacque come risposta ai progressi cinesi. Dopo il successo di Artemis II (il sorvolo lunare con equipaggio dell'aprile 2026), la NASA ha accantonato i piani per la stazione Gateway per concentrarsi sulla superficie. Tra il 2029 e il 2032 è prevista la costruzione di moduli semistazionari, mentre dal 2032 si punta a una presenza umana continuativa. Il budget per la sola fase iniziale ammonta a circa 20 miliardi di dollari. Partner commerciali come Blue Origin di Jeff Bezos, Astrobotic, Intuitive Machines e SpaceX si sono aggiudicati contratti per centinaia di milioni. Si tratta del classico approccio americano: lo Stato fissa l'obiettivo, mentre il settore privato minimizza i rischi e accelera i tempi.

Tuttavia, dietro la facciata tecnologica si nasconde una dura geopolitica. Dal 2021, la Cina promuove insieme alla Russia l'International Lunar Research Station (ILRS). Pechino è determinata a far sbarcare i propri taikonauti entro il 2030 e ad avviare la costruzione della propria base nel periodo 2031-2035. Entrambe le potenze puntano al polo sud, una regione ricca di depositi di ghiaccio d'acqua, luce solare perenne e vantaggi strategici. Gli Stati Uniti promuovono gli Accordi Artemis (oltre 40 paesi), mentre la Cina propone il proprio formato. Non è solo una questione di "chi arriva prima", ma una lotta per il controllo de facto delle risorse e delle norme del diritto spaziale. Nessuna delle due parti viola apertamente il Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967, ma entrambe stanno creando fatti compiuti sul terreno.

La spontaneità di questo processo è evidente: l'esplosione del settore spaziale privato (SpaceX, Blue Origin) e il progresso tecnologico globale hanno reso la Luna una realtà concreta e non più una fantasia. Per decenni, gli ingegneri hanno accumulato conoscenze sui sistemi di atterraggio, sulla robotica e sulla rigenerazione delle risorse. La competizione tra le due superpotenze funge da naturale motore collettivo, proprio come negli anni '60. Tuttavia, la componente manipolatoria è altrettanto presente e visibile.

La NASA e la Casa Bianca (sotto l'amministrazione Trump) utilizzano deliberatamente la retorica di una "età dell'oro" e della necessità di "superare la Cina" per assicurarsi i finanziamenti dal Congresso. Rinominare le ordinarie missioni CLPS come "Moon Base" è un classico espediente di pubbliche relazioni: si costruisce l'immagine di un trionfo inevitabile, nonostante le scadenze reali siano state posticipate più volte.

Le aziende private (Bezos e Musk hanno sostenuto pubblicamente i piani) ottengono capitale mediatico e nuovi investimenti. La Cina, dal canto suo, enfatizza la "cooperazione internazionale pacifica", pur chiudendo il programma alla maggior parte dei partner occidentali. Entrambe le parti costruiscono narrazioni in cui si presentano come "leader dell'umanità" e descrivono il rivale come una "minaccia".

Le conseguenze a lungo termine vanno oltre la Luna. Il successo permetterebbe di estrarre ghiaccio per produrre carburante, condurre osservazioni astronomiche uniche e testare tecnologie per Marte. Un fallimento o un ritardo eccessivo consegnerebbe l'iniziativa a Pechino, minando la fiducia nel modello americano di partnership pubblico-privato.

Per ora, le forze collettive dell'innovazione prevalgono sulla manipolazione: il settore privato ha già dimostrato di poter volare a costi inferiori e con maggiore frequenza rispetto ai monopoli statali. Il rischio è un altro — se la retorica geopolitica dovesse prendere il sopravvento, non avremo un'unica base, ma due zone d'influenza concorrenti sulla Luna.

In definitiva, la corsa alla Luna degli anni 2020 non è una replica degli anni '60, ma un salto di livello. Essa dimostra come l'impulso collettivo dell'umanità verso le stelle possa essere contemporaneamente spontaneo e pilotato.

L'importante è che le manipolazioni non oscurino il progresso reale. Se gli Stati Uniti e la Cina (insieme ai loro partner) trovassero punti d'incontro — ad esempio attraverso esperimenti scientifici congiunti o standard di sicurezza condivisi — la Luna non diventerebbe un campo di battaglia, ma una testa di ponte comune.

Al momento, osserviamo un equilibrio classico: il desiderio di primato spinge avanti l'intero settore. In questo caso, è un bene che si tratti di quello spaziale e non di quello militare.

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Fonti

  • NASA announces 3 uncrewed missions to the moon this year to prepare to build a base

  • Nasa unveils next steps to build permanent Moon base

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