Nell'agosto 2026, sull'archivio filosofico PhilArchive è apparso un lavoro che sfida un'assunzione fondamentale delle neuroscienze moderne: l'autore introduce il concetto di "supercoscienza", uno stato di coscienza completamente indipendente dall'elaborazione delle informazioni e dai processi computazionali. Secondo l'autore, tale stato esiste e funziona senza segnali in ingresso, rappresentazioni interne o qualsiasi interazione con i dati. Se ciò fosse vero, tutte le teorie dominanti sulla coscienza dovrebbero essere ridefinite.
Tre teorie principali finiscono sotto il fuoco della critica.
La teoria dell'informazione integrata di Giulio Tononi (proposta nel 2004) collega la coscienza alla grandezza Φ, una misura matematica dell'integrazione causale all'interno di un sistema.
La teoria dello spazio di lavoro globale, basata da Bernard Baars nel 1988 e sviluppata da Stanislas Dehaene, vede la coscienza come il risultato di una trasmissione diffusa di informazioni in uno spazio di lavoro globale del cervello.
L'elaborazione predittiva di Karl Friston (formalizzata nei primi anni 2000 attraverso il principio di energia libera) si basa sull'assunto che il cervello minimizzi continuamente gli errori di predizione, aggiornando costantemente il proprio modello del mondo. Tutti e tre gli approcci presumono un meccanismo comune: la coscienza è inseparabile dallo scambio di informazioni. Se la supercoscienza esiste senza dati, allora queste teorie non sono errate, ma semplicemente incomplete.
La metodologia del lavoro rimane strettamente filosofica: l'autore non conduce esperimenti, ma analizza le basi logiche delle teorie esistenti. La domanda principale è: possono i modelli esistenti descrivere uno stato di coscienza completamente scollegato dall'input informativo, dalla memoria e dalle rappresentazioni interne? La risposta sembra essere negativa. Ma questo solleva immediatamente un secondo problema: come si potrebbe mai rilevare e confermare empiricamente l'esistenza di un tale stato, se per definizione non lascia alcuna traccia nel mondo fisico?
Immagina una stanza in cui tutte le finestre e le porte sono ermeticamente chiuse, non ci sono schermi, né sensori, né ricordi. Nel senso comune, non può sorgere alcuna esperienza: la coscienza richiede un input. Ma il concetto di supercoscienza afferma il contrario: è proprio in un tale isolamento completo dalle informazioni che emerge la vera coscienza, non distorta. Non come sottoprodotto delle computazioni, ma come condizione originaria, logicamente precedente a qualsiasi elaborazione dei dati e a qualsiasi processo fisico.
Il lavoro non pretende una dimostrazione empirica e rimane consapevolmente nell'ambito dell'analisi logica. Ma il suo significato risiede nel fatto che rivela un punto cieco: quasi tutte le teorie moderne sulla coscienza presumono silenziosamente che la coscienza sia impossibile senza scambio di informazioni. E se questa presunzione fosse errata? Se fosse errata, i tentativi di creare coscienza artificiale imitando algoritmi potrebbero essere fondamentalmente un percorso sbagliato. Allo stesso modo, i criteri clinici per valutare la coscienza in pazienti non parlanti o in stati di minima coscienza potrebbero rivelarsi infondati, poiché si basano sulla registrazione delle reazioni alle informazioni, non sulla coscienza in sé.
Pertanto, la nuova concezione non si limita ad aggiungere un termine al lessico filosofico. Indica un limite logico a tutti gli approcci incentrati sull'informazione e ci costringe a chiederci di nuovo: comprendiamo veramente cos'è la coscienza?



