Il secondo turno delle elezioni presidenziali in Perù, fissato per il 7 giugno 2026, si svolgerà in un clima di profonda sfiducia verso le istituzioni, ma saranno i vincoli economici, e non gli slogan ideologici, a sancirne il risultato finale. Nonostante il Paese abbia visto l'alternarsi di tre presidenti in soli cinque anni, le esportazioni di rame e oro continuano a garantire oltre il 60% delle entrate in valuta estera, stando ai dati della Banca Centrale del Perù. Questo scenario agisce come un freno strutturale a qualsiasi riforma radicale promessa dai candidati in lizza.
Storicamente, il Perù segue un modello ricorrente: superati i periodi di turbolenza politica, l'elettorato tende a convergere su figure che garantiscano stabilità ad aziende e investitori. Una dinamica simile si è già verificata dopo la crisi del 2000, quando a prevalere non fu un populista, bensì un tecnocrate moderato. Oggi il quadro si ripresenta identico: sebbene il tasso di povertà sia salito al 27,6% secondo le rilevazioni dell'INEI per il 2024, le multinazionali del settore estrattivo mantengono una forte influenza sulle economie regionali e sulle organizzazioni sindacali.
I principali attori in gioco — grandi imprese, sindacati dei minatori ed élite locali — concordano su una priorità assoluta: la necessità di una politica fiscale certa e della tutela dei contratti. Perfino le coalizioni di centrosinistra, che a parole criticano il neoliberismo, nei fatti dipendono dai proventi derivanti dall'export di materie prime. Questa convergenza sotterranea di interessi rende molto difficile l'ascesa di un leader intenzionato a stravolgere radicalmente le regole del gioco economico.
L'esito più probabile appare dunque la vittoria di un moderato, capace di coniugare il rigore macroeconomico con una retorica sociale non troppo aggressiva. Questa prospettiva è rafforzata dal comportamento dei grandi investitori, pronti a spostare i capitali verso mercati più sicuri al minimo accenno di derive populiste. Uno scenario opposto, con il trionfo di un candidato radicale, richiederebbe un crollo del prezzo del rame sotto i 3,5 dollari per libbra o uno scandalo istituzionale senza precedenti a ridosso del voto.
Il vero termometro della campagna elettorale sarà la sentenza della Corte Costituzionale sulle agevolazioni fiscali per il settore minerario, attesa per l'aprile del 2026. Una conferma della validità dei contratti in essere blinderebbe le posizioni dei candidati moderati. Al contrario, un verdetto sfavorevole aprirebbe ampi spazi di manovra alle forze populiste.
Per gli osservatori internazionali, la chiave di lettura risiede in questa decisione giuridica piuttosto che nei dibattiti televisivi: sarà la Corte a rivelare i reali equilibri tra istituzioni e poteri economici ben prima dell'avvio ufficiale della corsa alla presidenza.




