All'inizio di ottobre dell'anno 2026, nella riserva del principe Mohammed bin Salman, nel nord-ovest dell'Arabia Saudita, sono stati rilasciati 35 esemplari di specie in via di estinzione: dieci orici arabi, cinque struzzi dal collo rosso e venti otarde asiatiche. Non si tratta di un semplice gesto simbolico, ma di una parte di un lavoro sistematico di ripristino degli ecosistemi, che per decenni hanno perso abitanti chiave a causa della caccia e dei cambiamenti del paesaggio.
La riserva, estesa circa 24,5 mila chilometri quadrati, comprende diverse zone desertiche e costiere. Qui vivevano storicamente specie, molte delle quali sono scomparse o si sono fortemente ridotte. Il programma ReWild Arabia, avviato dalle autorità, si propone di riportare nella regione fino a 23 specie storicamente presenti, e già 14 di esse sono state reintrodotte con successo. Il rilascio dell'anno 2026 prosegue questa linea, rafforzando la diversità genetica e ripristinando le catene alimentari.
L'orice arabo, un tempo quasi sterminato, ora torna nelle steppe native e contribuisce a controllare la vegetazione. Lo struzzo dal collo rosso, scelto come analogo più prossimo dello struzzo arabo estinto, svolge il ruolo di grande erbivoro, influenzando la struttura del suolo e la diffusione dei semi. L'otarda asiatica, criticamente vulnerabile secondo le valutazioni internazionali, necessita di aree protette per la nidificazione e le migrazioni. Insieme, questi animali formano un ecosistema più resiliente, in cui ogni specie svolge il proprio ruolo nel ciclo delle sostanze e dell'energia.
Il Centro nazionale per lo sviluppo della fauna selvatica e l'amministrazione della riserva non si limitano ai rilasci, ma effettuano anche il monitoraggio: gli animali vengono dotati di marcatori, si segue la loro sopravvivenza e adattamento. Tali misure permettono di correggere le strategie in tempo reale ed evitare gli errori delle reintroduzioni passate. Parallelamente si sviluppa l'ecoturismo, che offre alle comunità locali incentivi economici per conservare la natura invece di sfruttarla.
Progetti simili mostrano come gli sforzi mirati dello Stato possano invertire la tendenza alla perdita di biodiversità anche in condizioni desertiche estreme. Il ripristino delle popolazioni richiede tempo e attenzione costante, ma già ora si vede che il deserto comincia a recuperare la sua antica pienezza di vita.
Ogni rilascio riuscito ricorda che la natura è capace di rigenerarsi, se l'uomo smette di essere solo un consumatore e diventa un partner in questo processo.

