Il recupero della tigre siberiana in Cina: da poche unità a settanta esemplari

Modificato da: Svitlana Velhush

Nel settembre 2026 i dati ufficiali hanno confermato che in Cina la popolazione selvatica di tigri siberiane ha raggiunto 72 esemplari. Questa cifra è stata annunciata in una conferenza stampa a Pechino ed è diventata l'ennesima testimonianza di come misure di tutela mirate stiano cambiando il destino di uno dei più grandi predatori del pianeta.

La tigre siberiana, nota anche come tigre dell'Ussuri o della Manciuria, viveva storicamente nelle foreste di taiga dell'Estremo Oriente russo e del nord-est della Cina. Alla fine del XX secolo il suo numero nella parte cinese dell'areale si contava in poche unità. Le principali minacce erano il bracconaggio, il disboscamento e la frammentazione degli habitat. La creazione e l'ottimizzazione di aree naturali protette, compresi i parchi nazionali, hanno permesso di invertire la tendenza.

Secondo il Ministero delle Risorse Naturali della Repubblica Popolare Cinese, la crescita della popolazione è il risultato dell'integrazione delle zone di tutela ambientale e dell'avvio di vasti progetti di ripristino degli ecosistemi. Tra le specie simbolo le cui popolazioni mostrano una dinamica positiva sono citati anche i gibboni di Hainan, il cui numero è salito a 44 esemplari. Questi successi si inseriscono nel più ampio programma «Shanshui», volto al ripristino integrato dei paesaggi, e nel progetto «Tre Nord», il più grande al mondo per la lotta alla desertificazione.

Nell'ecosistema la tigre svolge il ruolo di regolatore supremo. La sua presenza mantiene l'equilibrio degli ungulati, previene il pascolo eccessivo e favorisce la rigenerazione naturale delle foreste. Quando il predatore ritorna, la foresta comincia a «respirare» diversamente: aumenta la varietà vegetale e si creano le condizioni per i piccoli mammiferi e gli uccelli. Così, 72 della tigre non è soltanto un numero, ma un indicatore della salute di un'intera regione.

Il coinvolgimento umano qui è evidente e multiforme. La tutela richiede non solo il divieto della caccia, ma anche la creazione di corridoi migratori, il monitoraggio con fototrappole, il lavoro con le comunità locali e la riduzione dei conflitti tra uomo e predatore. Ognuno di questi passi è un investimento nella stabilità dell'intero sistema naturale, da cui alla fine dipende anche il benessere delle persone.

L'esperienza della Cina dimostra che anche popolazioni fortemente ridotte possono riprendersi, se vengono eliminate le principali cause del declino e si crea spazio per la vita. Storie simili si svolgono anche in altre regioni, dove la priorità è data alla pianificazione a lungo termine e non al vantaggio immediato.

Prendersi cura dei grandi predatori ci insegna a vedere la foresta non come una risorsa, ma come un sistema vivente in cui ogni elemento è legato agli altri.

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Fonti

  • 我国野生东北虎增至72只

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