Papa Leone XIV tra i «Wildcats» e i «Fighting Irish»: la neutralità del pontefice nel mondo del basket

Modificato da: Svitlana Velhush

Nell'Aula Paolo VI in Vaticano si sono radunate circa settemila persone — giocatori, allenatori, studenti e tifosi di due università cattoliche. Papa Leone XIV, primo americano sul trono di San Pietro e laureato alla Villanova nel 1977, ha ricevuto le delegazioni della sua alma mater e della sua antica rivale, Notre Dame. L'incontro si è svolto alla vigilia dell'apertura della stagione del college basket a Roma, e il pontefice si è subito trovato nella situazione familiare a ogni tifoso: tra due squadre per cui nutre simpatie diverse.

Leone XIV, al secolo Robert Prevost, è cresciuto nel South Side di Chicago, dove risuonava spesso il grido «Go Irish». Ma la laurea in matematica l'ha conseguita proprio alla Villanova. «Il Papa non prende posizione per nessuno», ha scherzato davanti a un pubblico che rideva. «Prevost, però, la pensa diversamente, ma ora non lo faremo». La battuta ha allentato l'atmosfera, ma dietro di essa c'è una questione più seria: come il capo della Chiesa cattolica mantenga la neutralità quando sport e fede si incrociano così strettamente come in questa partita dell'«Eternal City Tip-Off».

L'evento non è solo un omaggio al pontefice americano. Due scuole cattoliche hanno portato a Roma le loro squadre maschili e femminili per aprire la stagione proprio qui, nel giorno di Ognissanti. Per la Villanova è un ritorno a casa: Prevost non solo ha studiato lì, ma tifava già per i «Wildcats» negli anni universitari. Per Notre Dame è l'occasione di mostrare che la rivalità può restare leale e rispettosa anche sotto le volte del Vaticano. Circa settemila tifosi hanno riempito l'aula dopo una messa speciale nella basilica di San Pietro.

Il Papa ha colto l'occasione per ricordare il ruolo dello sport in un'epoca in cui la tecnologia divide sempre più le persone. «Lo sport è un modo concreto di avvicinare le persone, di insegnare la collaborazione e il sostegno reciproco», ha detto. Queste parole hanno risuonato particolarmente significative sullo sfondo del suo recente intervento ai polmoni: il pontefice di 71 anni è ancora in convalescenza, ma ha trovato la forza di salutare personalmente gli atleti più alti, di ricevere in dono maglie e palloni d'oro. È persino salito su un rialzo per raggiungere in altezza i cestisti di Notre Dame.

Dietro la leggerezza esteriore si nasconde uno strato più profondo. In un mondo in cui lo sport è da tempo parte della grande politica, degli affari e dei media, il Papa ricorda che il gioco può restare uno spazio di incontro autentico. Nessuno nasce campione, come nessuno nasce santo: questo pensiero è risuonato nel suo discorso. Lo sport qui non è semplice divertimento, ma scuola di carattere e, forse, passo verso la santità nella vita quotidiana.

L'incontro in Vaticano mostra quanto il cattolicesimo americano sia ancora legato allo sport universitario. Due scuole, separate da centinaia di miglia e da un'antica rivalità, si sono ritrovate insieme a Roma grazie a una sola persona: il pontefice, che ricorda sia l'infanzia a Chicago sia gli anni alla Villanova. La neutralità di Leone XIV non annulla i legami personali, ma li rende visibili e umani.

Alla fine lo sport dimostra ancora una volta la sua forza: è capace di riunire le persone anche là dove la politica e la tecnologia le dividono su fronti opposti. Per i tifosi e i giocatori non è solo l'apertura della stagione: è un promemoria che dietro i punti e i titoli ci sono sempre storie vive e valori condivisi.

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Fonti

  • Pope Leo receiving teams and fans from US college basketball before games in Rome

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