Il Senato francese ha approvato senza emendamenti, il 27 ottobre 2026, un disegno di legge che apre la strada allo scambio automatico dei dati sulle cripto-attività tra le amministrazioni fiscali di 46 paesi già a partire dal 2027. Le piattaforme trasmetteranno annualmente i dati identificativi dei clienti, la loro residenza fiscale e i volumi delle operazioni per ciascun asset. I primi rapporti copriranno le transazioni del 2026.
La decisione si basa sul quadro CARF sviluppato dall'OCSE e integra la direttiva DAC8 già in vigore nell'UE. La Francia, come gli altri partecipanti, ottiene uno strumento che consente al fisco di vedere ciò che vedono gli exchange: chi, quanto e in quali asset opera. In precedenza tali informazioni arrivavano solo su richiesta, in caso di sospetto di riciclaggio o finanziamento del terrorismo.
Dietro la misura tecnica visibile si cela un cambiamento più profondo. Gli Stati sono da tempo abituati a ricevere un quadro completo dei conti bancari attraverso lo scambio automatico. Le cripto restavano l'ultima eccezione rilevante, dove si poteva spostare capitale senza lasciare tracce. Ora questa lacuna viene colmata, e non solo in Francia: 77 giurisdizioni hanno già annunciato l'adesione nei prossimi anni.
Per i detentori di criptovalute ciò significa che le operazioni dimenticate o deliberatamente non dichiarate diventeranno visibili. L'aliquota fissa del 30 per cento in Francia non scompare, ma ora la probabilità di doverla pagare crescerà bruscamente. Chi ha tenuto la contabilità da solo o si è affidato ai cold wallet si troverà in una posizione più favorevole: lo scambio riguarda innanzitutto le piattaforme centralizzate.
Gli interessi delle parti sono qui evidenti. I governi mirano a rimpinguare i bilanci e a ridurre la disuguaglianza del carico fiscale tra asset tradizionali e digitali. Per il mercato è al tempo stesso una sfida e un riconoscimento: le cripto smettono di essere una zona marginale e si integrano nel sistema finanziario generale. Chi prima vi vedeva un modo per sottrarsi al controllo ora è costretto a ricalcolare i rischi.
L'analogia è semplice: se prima un portafoglio crypto somigliava al contante in una cassaforte, ora assomiglia sempre più a un conto bancario di cui il fisco viene a conoscenza automaticamente. La differenza sta solo nel fatto che il titolare decide da sé se tenere la contabilità in anticipo o pagare le sanzioni più tardi.
In conclusione, la decisione del Senato non è solo un passo burocratico, ma un segnale che l'epoca della completa opacità delle operazioni crypto volge al termine, e chi detiene asset farebbe bene a costruire in anticipo una strategia fiscale trasparente.
