Nelle profondità del Mar Cinese Meridionale, dove la pressione raggiunge centinaia di atmosfere e la luce non penetra affatto, si celano sorgenti fredde, veri e propri oasi di vita uniche, che si nutrono di metano e idrogeno solforato. Un recente test di un sistema cinese di mappatura multicamera, condotto a 1500 metri di profondità, ha dimostrato che questi enigmatici angoli del nostro pianeta possono ora essere esplorati con una precisione senza precedenti.
Le prove si sono svolte tra il 20 e il 30 luglio 2026 a bordo della nave di ricerca “Explorer-1”, nell'area dei giacimenti di idrati di gas del bacino di Qiongdongnan. Scienziati dell'Università di Scienza e Tecnologia Elettronica di Xi'an, in collaborazione con l'Istituto di Scienza e Ingegneria degli Abissi dell'Accademia Cinese delle Scienze, hanno testato il sistema di visione doppia multicamera da loro sviluppato. Due immersioni, denominate SY945 e SY948, hanno permesso di acquisire i primi set completi di immagini di alta qualità e dati sul rilievo del fondale marino nelle aree delle sorgenti fredde.
I metodi tradizionali presentavano limitazioni dovute all'angolo di visione ristretto, a errori nell'unione delle immagini e a imprecisioni nella ricostruzione tridimensionale. La nuova tecnologia risolve queste criticità, generando mappe dettagliate che consentono di monitorare i cambiamenti negli ecosistemi che dipendono dalla chemiosintesi. Queste comunità — costituite da tappeti batterici, vermi tubolari, molluschi e crostacei — sopravvivono senza luce solare e fungono da indicatori delle riserve di metano, sostanza che influenza il clima del nostro pianeta.
Le sorgenti fredde di profondità ricordano delle vere e proprie “città viventi” sottomarine: qui l'energia non deriva dal sole, ma dalle reazioni chimiche, sostenendo intere catene alimentari. Una cartografia precisa permette di comprendere come questi sistemi reagiscano alle variazioni di temperatura o pressione, e di valutarne il ruolo nel ciclo globale del carbonio. Senza tali dati, rischiamo di non cogliere i primi segnali di perturbazioni negli abissi oceanici, che in ultima analisi influenzano anche gli ecosistemi superficiali da cui dipende l'umanità.

All'expedition hanno partecipato anche studenti magistrali dell'università, i quali non solo hanno raccolto dati, ma hanno anche affinato le proprie competenze operative in condizioni estreme. Questo non è soltanto un progresso tecnico, ma getta le basi per un monitoraggio a lungo termine, dove ogni nuova immagine contribuisce a preservare il fragile equilibrio delle profondità marine.
Come recita un vecchio proverbio cinese, “per conoscere un fiume, bisogna scendere fino al fondo”. Una conoscenza precisa degli ecosistemi nascosti offre la possibilità di proteggerli prima che qualsiasi intervento diventi irreversibile.

